«Il perdono serve a questo: non solo a sciogliere un altro, ma a concederci di essere anche noi stessi sciolti da ciò che ci lega a quel male subito». Don Luigi Maria Epicoco
Signore, insegnami ad essere generoso, a dare senza calcoli, a rendere bene per male, a servire senza aspettare ricompensa, ad avvicinarmi a chi meno mi piace, a fare del bene a chi non può ricompensarmi, ad amare sempre gratuitamente, a lavorare senza preoccuparmi del riposo. E, non avendo altra cosa che il dare, a donarmi in tutto e in ogni cosa sempre di più a chi ha bisogno di me, aspettando soltanto da Te la ricompensa. O meglio: aspettando che tu stesso sia la mia ricompensa. Amen. (Ignacio Larragnaga, Incontro)
L’importanza del conservare le labbra chiuse, che si toccano l’un l’altro, ci è insegnato anche dalla sillaba sacra indiana “om”. L’ultima lettera di questa sillaba richiede che le labbra si chiudano a salvaguardare ciò che non è ancora manifestato. Il silenzio di Maria non è assenza di parole, ma riserva di parole ed eventi futuri non ancora manifestati. Maria porta in sé il mistero del non ancora accaduto.
Luce Irigaray
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Nei Vangeli Maria parla solo sei volte e – tranne nel caso del Magnificat – si tratta di frasi brevissime, mozziconi di parole. È la settima la sua maggiore dichiarazione, cioè quella custodita nel suo silenzio. Ce lo ricorda una filosofa e psicoanalista belga, Luce Irigaray, con queste righe che mettono in scena l’annunciazione di Maria – che ha come data di celebrazione il 25 marzo -, affidata a due sue frasi simili a un soffio: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?… Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola!». Il resto è silenzio ed è in quello spazio tacito che si colloca lo spirito generatore. Come scrive ancora Irigaray, «partorire un bambino divino significa portare alla luce una nuova epoca della storia dell’umanità».
Dobbiamo, allora, imparare la grammatica del silenzio, una lingua difficile, tipica della fede: «mistica» e «mistero» derivano, infatti, dal verbo greco myein che, per essere pronunciato, costringe a chiudere le labbra – come accade per la sillaba sacra indiana om-e che significa appunto «tacere». Il silenzio è la lingua ultima degli innamorati veri che raggiungono l’apice della loro eloquenza quando tacciono e si guardano negli occhi. La contemplazione silenziosa è anche l’anima della spiritualità alta. Chiudiamo, perciò, più spesso le labbra, impedendo un flusso vano di chiacchiere per salvaguardare la ricchezza che è in noi e che non dev’essere svelata in modo sguaiato e scomposto.
(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)
Oggi ricordiamo il SANTO OSCAR ARNULFO ROMERO GALDAMEZ, Vescovo e martire
Ciutad Barrios, El Salvador, 15 agosto 1917- San Salvador, El Salvador, 24 marzo 1980
Arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador, è stato ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa. Ha difeso i poveri, gli oppressi, denunciando in chiesa e con la radio emittente della diocesi le violenze subite dalla popolazione. Pochi giorni prima di morire aveva invitato i soldati e le guardie nazionali a disubbidire all’ordine ingiusto di uccidere. La sua figura di “borghese” convertito in schierato per gli oppressi fa appello a ciascuno di noi per invitarci a non stare “al di sopra delle parti” ma a prendere le parti di chi non ha nessuno dalla sua parte.Papa Francesco in data 3 febbraio 2015 ha promulgato il decreto che riconosce il martirio in odio alla fede di Mons. Romero.
Noi ti invochiamo e ti diciamo: vieni, Signore Gesù; noi invochiamo la tua venuta e la tua potenza: vieni Signore Gesù. Nelle nostre famiglie, nei nostri cuori, in tutti coloro che hanno qualche problema o sofferenza, su tutti coloro che vivono solitudine, amarezza, sconforto, su chi è abbandonato o avrebbe bisogno di qualcuno che lo aiuti, fa’ scendere, Signore, la forza del tuo Spirito: vieni, Signore Gesù. Su tutto il mondo, su tutta la terra che ha bisogno di significato, di senso, di pace, di fraternità, sulla chiesa universale, sulle missioni, sui poveri, su tutti coloro che soffrono per la guerra e per la fame, noi ti chiediamo, Signore, di fare scendere il tuo Spirito di pace: Vieni e trasformaci in te, Signore Gesù. (Card. Carlo Maria Martini)
“E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: “ La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”. Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”.” Mt 21, 42-43
“…dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri. Questa è l’opera del Signore, la meraviglia da lui compiuta davanti ai nostri occhi. Noi, del bene che lui ci dà, ne facciamo del male; lui, del male che noi gli diamo, ne fa un bene.” Silvano Fausti
Papa Francesco (twitter: Ringraziamo Dio per “sorella acqua”, elemento tanto semplice e prezioso, e impegniamoci perché sia accessibile a tutti. #WorldWaterDay
Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia.
Nellie Bly
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Alda Merini, la poetessa nata il 21 marzo 1931, all’inizio della primavera, e morta nel 2009, aveva trasformato – come tutti sanno – la sua drammatica e lunga degenza in manicomio in una straordinaria sostanza poetica. Una sua importante raccolta, che aveva voluto dedicare a me per esprimermi il suo profondo affetto, s’intitolava Clinica dell’abbandono. Ebbene, parto proprio dalla sua memoria per introdurre il brano sopra citato che ho desunto da un’opera poco nota in Italia, Dieci giorni in manicomio, della giornalista e scrittrice americana Nellie Bly (1864-1922), che per denunciare gli abusi sulle malate si era fatta rinchiudere in un ospedale psichiatrico femminile, traendone un diario allucinante.
Non vogliamo ora entrare nell’immensa sofferenza della malattia mentale: ai nostri giorni i manicomi sono stati chiusi, ma la realtà dolorosa che essi ospitavano è spesso riversata sulle famiglie che assistono impotenti e desolate al dramma del loro caro. Il testo che abbiamo evocato ci permette, invece, di parlare della dignità violata della persona. Non c’è solo la tortura, pratica infame mai estirpata del tutto neppure nelle nostre carceri. C’è anche l’inferno creato da colleghi nei confronti di un compagno di lavoro più debole; c’è il mobbing sottile e perverso soprattutto verso le donne; c’è il bullismo nelle scuole, segno di degrado personale e sociale; c’è la violenza nelle stesse famiglie. Mai a sufficienza, allora, si lavorerà e ci si impegnerà per il rispetto della persona umana, epifania di Dio perché sua «immagine» vivente.
(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)
Per preparare l’omelia della III domenica di Quaresima:
E’ morta stamattina, primo giorno di primavera e un tempo festa di San Benedetto, madre Anna Maria Cànopi, badessa emerita del monastero di clausura dell’isola di San Giulio, comunità che lei aveva fondato 46 anni fa e diretto sino allo scorso autunno.
Aveva 87 anni, avrebbe compiuto 88 il 24 aprile, e da un anno era ammalata e per le condizioni di salute aveva lasciato la guida del monastero alla consorella Maria Grazia Girolimetto.
Madre Cànopi era una figura importante all’interno della Chiesa cattolica e tra le poche donne ad aver scritto le riflessioni a un Papa, Giovanni Paolo II, per la via Crucis al Colosseo del 1993.
Donna di profonda spiritualità e di grande cultura aveva una notevole attività letteraria con la pubblicazione di decine di libri e centinaia di testi sacri. Nel 1973 insieme ad alcune monache si era stabilita all’Isola di San Giulio per dare vita all’abbazia Mater Ecclesiae.
«I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».
«Occupare un posto è sempre un modo molto umano per non affrontare dei problemi. Vogliamo riempire i vuoti giocando ad essere i primi, ma ci dimentichiamo che nel caso di Gesù avere i primi posti significa seguirlo in un destino non proprio rose e fiori». Don Luigi Maria Epicoco
Potere e servizio, come antitesi che strutturano il brano in due grandi blocchi: quello dei figli di Zebedeo che cercano di raggiungere un potere a cui evidentemente la madre, assieme a loro, aspira come obiettivo della vita; ed il secondo in cui Gesù, prendendo spunto dallo sdegno degli altri discepoli, cerca di far comprendere le motivazioni dell’errore di Giacomo e Giovanni. Potere e servizio non sono poli opposti che destinano alcuni uomini alla realizzazione, ed altri alla sconfitta e alla disumanizzazione. Gesù ci dice che invece è vero il contrario: il vero potere è il servizio, la vera realizzazione è il dono. È meglio dare che ricevere, è meglio servire che comandare: chi farà così sarà il primo, non perché Dio come ricompensa concederà a lui il primo posto, ma perché il primo posto è quello del servitore, di colui che dona. Fare così è trovare la realizzazione del sé. Solo il nostro egoismo autocentrato non ci fa comprendere la verità antropologica di questa affermazione. Il modo di trovare la propria strada non sta nel cercare di essere qualcuno più in alto degli altri ma sta nel chiedersi: “Che cosa posso fare io per gli altri?”. Solo se l’altro diventa il volto di Dio, io trovo la mia realtà. Se invece cerco di diventare io il Dio, per me e per tutto il mio mondo circostante, sarò del tutto incapace di essere uomo. http://www.novena.it/vangelo_commento/vangelo_marzo_2019/marzo20.htm
Prendi, Signore e ricevi tutta la mia libertà, la memoria, l’intelligenza, la volontà. Prendi, Signore, e ricevi tutto quello che ho e possiedo. Tu me lo hai donato, Signore, e te lo rendo, a Te lo affido. Tutto è tuo, Dio mio! Di tutto disponi secondo il tuo volere. Dammi il tuo amore e la tua Grazia: questo mi basta. Non ti chiedo altro, Signore, mio Dio. (Sant’Ignazio di Loyola)
SAN GIUSEPPE (dichiarato da Pio IX l’8 Dic. 1870 Patrono della Chiesa)
Solennità di san Giuseppe: auguri a chi porta il nome di Giuseppe, a tutti i papà e a papa Francesco nel 6° anniversario dell’inizio del suo pontificato.
“Giuseppe significa “Dio aggiunga”. E’ il nome segreto di ogni uomo, finito , che desidera all’infinito, anzi, l’Infinito- aperto a ciò che lo trascende e solo può colmarlo. L’uomo è fatto per tale aggiunta divina: “Ci hai fatti per te, Signore, ed è inquieto il nostro cuore fino a quando non riposa in te».” Silvano Fausti
SEMPLICE O INGENUO?
La semplicità viene dal cuore, l’ingenuità dalla mente. Un uomo semplice è quasi sempre un uomo buono; un uomo ingenuo può essere un farabutto. Perciò l’ingenuità è sempre naturale, mentre la semplicità può essere frutto dell’esercizio.
François-René De Chateaubriand
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Portava un nome glorioso nella Bibbia, legato a quell’ebreo che era riuscito a divenire viceré d’Egitto. Ma quel nome, Giuseppe, aveva un significato etimologico a prima vista modesto, connesso al verbo ebraico «aggiungere». E il padre legale di Gesù che oggi festeggiamo fu un uomo che si «aggiunse» all’evento grandioso che stava compiendosi nella sua sposa, offrendo la sua semplice e silenziosa disponibilità. Ci pare, allora, significativo riflettere su due termini talora usati come sinonimi, semplicità e ingenuità. Lo scrittore francese François-René de Chateaubriand (1768-1848) ci aiuta, invece, a distinguerli e a scoprirne la profonda differenza.
Sì, perché ingenui si nasce e, per questa via, si cade in una serie di incidenti ma anche di cattiverie, compiute forse senza malizia ma capaci di generare sofferenze e mali. La sprovvedutezza e la dabbenaggine di un ingenuo non sono una virtù, anzi, sono sorgente di sciocchezze, di imprudenze, di sventatezze. La semplicità, al contrario, è una conquista che nasce da un’ascesi e da una purificazione della mente e del cuore. Non per nulla il poeta russo Sergej Esenin diceva che «mostrarsi semplici e sorridenti è un’arte suprema». Dio stesso è semplice nella sua unità e unicità assoluta, ma non è certo né ingenuo né banale. E allora raccogliamo la lezione di san Giuseppe, che potremmo sintetizzare col motto di un altro poeta, l’inglese William Wordsworth: «Vivere con semplicità e pensare con grandezza».
(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)
Papa Francesco. “Io amo molto #SanGiuseppe perché è un uomo forte e silenzioso. Sulla mia scrivania ho una sua mentre dorme e quando ho un problema io scrivo un biglietto su un pezzo di carta e lo metto sotto la statua di San Giuseppe affinchè lui possa sognarlo”.
Mio Dio, non dimenticarti di me, quando io mi dimentico di Te. Non abbandonarmi, Signore, quando io ti abbandono. Non allontanarti da me, quando io mi allontano da Te. Chiamami se ti fuggo, attirami se ti resisto, rialzami se cado. Donami o Dio un cuore vigile che nessun vano pensiero porti lontano da Te, un cuore retto, che nessuna intenzione perversa possa sviare, un cuore fermo, che resista con coraggio ad ogni avversità, un cuore libero, che nessuna torbida passione possa vincere. Concedimi, ti prego, una volontà che ti cerchi, una sapienza che ti trovi, una vita che ti piaccia, una perseveranza che ti attenda con fiducia, e una fiducia che, alla fine, giunga a possederti. (Tommaso d’Aquino)
Noi possiamo comunicare con gli altri e vivere una relazione con la parola, con gli sguardi, con i gesti del nostro corpo: ma possiamo comunicare anche con il silenzio e a volte anche decidendo una distanza. Ma il mutismo e l’assenza uccidono ogni relazione!
I padri della chiesa ci dicono che Gesù è sempre nella sua gloria; ciò che si trasfigura sul Tabor non è il Signore, ma gli occhi dei tre discepoli. Sono loro che diventano capaci di vedere Gesù per quello che è, e lo vedono alla luce della legge e dei profeti (Mosè ed Elia), ma anche alla luce del fatto che la morte non sarà mai l’ultima parola di Dio sul mondo e sulla storia (Elia nel testo biblico non muore e viene portato via su un carro di fuoco; Mosè muore sul Monte Nebo, ma la sua tomba non viene più trovata, perché, sembra suggerire il testo, è Dio che lo ha sepolto). Una morte che non sarà definitiva perché dalla nube, dall’impossibilità di vedere esce la voce di Dio che indica Gesù come il figlio amato, che rimanda ad un’altra impossibilità di vedere, quella dell’oscurità del Golgota, da cui esce la voce dell’uomo che si rivolge a Dio, nel dolore nella sofferenza perché Dio lo ascolti e lo salvi. Dalla voce di Dio alla voce dell’uomo; dalla elezione alla sofferenza, a quella sofferenza di amore che prelude alla gioia della resurrezione: alla vera parola finale di Dio sul mondo e sulla storia dell’uomo.